MANDELLI
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Il marchio a fuoco è un gesto antico.

Non ferisce: consacra.

Non brucia: radica.

Origini: I secolo d.c.
La leggenda

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Significato

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Marchesi MANDELLI

azienda agricola di Roberto Tedoldi Mandelli

P.I. 02542720343

Strada Rosi di Bellena, 1

Fontevivo (Parma)

info@marchesimandelli.com

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Il marchio a fuoco, ieri come oggi, non è un semplice segno: è un rito di appartenenza. Un gesto che da secoli consacra ciò che si vuole proteggere e custodire.

Per questo il marchio a fuoco dei Tre Leoni accompagna ancora la nostra vita: simbolo di forza, fedeltà e memoria.

Anche i monaci, nella nostra storia, furono marchiati a fuoco, perché chi trasforma la terra, chi l’ascolta e la custodisce, porta con sé il proprio credo.

Oggi quel fuoco vive nelle nostre arti alimentari: ogni arte è marchiata a fuoco, perché non sia solo cibo, ma identità e creazione rese visibili.

 

 

Il leone, simbolo di forza e maestà, si intreccia con la memoria di antichi culti e tradizioni, evocando potenza e sacralità.

Il leone non è solo simbolo di forza: è memoria antica, animale potente e sacro, legato a culti arcaici e visioni divine.

Quando il ceppo della famiglia De Mandelo – antica stirpe sabina – fu inviato in Medio Oriente come legione al seguito della dinastia Flavia, allora dominante su quei territori, il loro destino andò oltre la guerra.

Tra le sabbie e le rovine sacre incontrarono donne consacrate al culto di Iside: sacerdotesse che portavano sul corpo un segno inciso col fuoco, Tre Leoni, marchio sacro di protezione e appartenenza.

I De Mandelo furono difesi da queste donne non con le armi, ma con saperi antichi: la conoscenza delle acque, degli astri e della terra.

In segno di riconoscenza e come impegno di protezione e custodia, adottarono quel simbolo: i Tre Leoni divennero il loro marchio, inciso a fuoco per sempre.

Il collare che li cinge, ricorda il vincolo di fedeltà con le sacerdotesse di Iside.

Da allora i Tre Leoni non sono più cambiati. Ovunque i discendenti della famiglia Mandelli abbiano vissuto, coltivato o difeso, quel segno è rimasto: un fuoco che non brucia, un’origine che non si dimentica.

Curiosità

Pochi sanno che i cosiddetti leoni sono in realtà leopardi: felini che camminano passanti, con la testa rivolta verso chi osserva lo scudo. Questa posa frontale li distingueva dal leone classico, mostrato rampante e di profilo.


Col tempo, però, il termine “leopardo” cambiò. La dinastia dei Plantageneti fu decisiva: abbandonarono quella parola e preferirono “leone illeopardito” (leoni passanti con la testa in maestà).

Chiamarli leoni, pur mantenendo la posa da leopardo, significava elevarne il rango simbolico: non più animali ‘ibridi’, ma veri re degli animali.

Era una scelta araldica e politica, per ribadire la sovranità e la legittimità del potere.

Ancora oggi quei leoni guardano dritto davanti a sé, con sguardo fermo e vigile, quasi a ricordare che la loro forza non è solo simbolo, ma presenza che osserva e protegge.

Villa Mandelli Tedoldi (XVIII sec.) situata a Bellena, Fontevivo, non è soltanto una dimora di
famiglia: è il cuore simbolo della nostra storia, custode silenziosa di radici, riti e memorie.


La Villa guarda verso l’Abbazia di San Bernardo a Fontevivo secondo un perfetto allineamento e sorge direttamente sull’antica fonte dei monaci, oggi conservata nel caveau.

Questo legame con l’acqua è testimonianza concreta della continuità tra il lavoro agricolo dei cistercensi e la nostra
tradizione.


Nel salone d’onore, un affresco raffigura Iside Latona, divinità della fertilità e della protezione, madre della trasformazione e della custodia.

Una figura capace di attraversare i secoli e i mondi
lontani, che riporta al punto d’origine: il viaggio dei nostri antenati e la leggenda delle sacerdotesse mediorientali che, marchiate a fuoco, con il segno dei Tre Leoni, offrivano protezione e conoscenza ai legionari della stirpe sabina dei De Mandelo.


Quell’incontro – tra soldati e sacerdotesse, tra forza e rito – ha lasciato un’impronta che ancora oggi vive nei dipinti della Villa e nei nostri simboli.

L’affresco non è solo ornamento, ma memoria sacra:
una promessa che si rinnova ogni volta che lavoriamo la terra, ogni volta che scegliamo di custodire anziché dominare.


Villa Mandelli Tedoldi è il luogo in cui mito e natura s’incontrano.

La protezione della sacerdotessa e la visione agricola del monaco parlano la stessa lingua: un inno alla vita.

Con il passare del tempo le falde si sono abbassate e le risorgive sono diventate sempre più rare.

A Fontevivo, però, la sorgente continua a scorrere come in epoca medievale; su di essa sorge Villa Mandelli Tedoldi, che ancora oggi la custodisce in un caveau: un cuore silenzioso che conserva la memoria dei secoli.

Noi, custodi della fonte, la proteggiamo e la manteniamo, sapendo che non è soltanto acqua, ma un’eredità preziosa.

È il segno del legame tra passato e presente, la stessa eredità che i monaci difesero e che continuiamo a preservare per la terra, per chi la abita e per chi la onorerà in futuro.

Le fonti sono luoghi in cui l’acqua di falda riaffiora spontaneamente in superficie, dando origine a risorgive, polle e piccoli corsi. Si formano in zone pianeggianti, dove uno strato impermeabile – come l’argilla – interrompe la discesa dell’acqua nel sottosuolo e la costringe a risalire.


Fontevivo, il nome stesso lo ricorda, è fons vivus, cioè “fonte viva”, acqua che sgorga dal terreno.


È qui che i cistercensi, arrivati da Chiaravalle della Colomba nel XII secolo, scoprirono e incanalarono queste risorgive.

Con la loro esperienza di bonifiche e canalizzazioni scavarono rogge e canali per convogliare l’acqua verso campi, mulini e vasche di raccolta.


Questa opera di ingegneria medievale permise di prosciugare terreni paludosi e trasformarli in campi coltivabili, irrigare in modo costante prati e colture – condizione essenziale per l’allevamento bovino – e alimentare mulini e officine.

Nel 1142 dodici monaci provenienti da Chiaravalle della Colomba fondarono l’Abbazia di San Bernardo a Fontevivo.

Scelsero una zona paludosa, trasformandola in pochi anni in un paesaggio fertile, capace di sostenere la vita di uomini e animali.


L’architettura rifletteva i principi dell’Ordine: muri in pietra e laterizio, proporzioni sobrie, spazi definiti dalla funzione più che dall’ornamento.

La chiesa era dedicata alla preghiera, il chiostro alla
vita comunitaria, mulini e stalle al lavoro quotidiano.


Fontevivo fu anche un centro di sapere: nello scriptorium i monaci copiavano manoscritti e tramandavano conoscenze.

Coltivavano la terra, ma anche la mente.


Il nome stesso, Fons Vivus – “Fonte Viva” – richiama la sorgente che vi sgorgava, simbolo di grazia e rinascita. Per i monaci quell’acqua non era solo una risorsa, ma il segno che il loro impegno spirituale e manuale aveva trovato casa in un luogo benedetto dalla natura.

La spiritualità cistercense si rifletteva in uno stile di vita sobrio.

Dormivano in celle spartane, consumavano pasti semplici e conducevano un’esistenza senza eccessi, coerente con la regola ora et labora.

Il lavoro manuale non era visto come un compito da delegare, ma come parte essenziale della disciplina monastica: la fatica quotidiana diventava preghiera concreta.

Erano detti “monaci bianchi” per il colore chiaro delle loro vesti: tuniche e scapolari in lana grezza non tinta, dal tono naturale che li distingueva nettamente dai benedettini, chiamati “monaci neri”.

L’abito non era solo un tratto estetico, ma un segno di purezza e identità.

Il loro ingegno lasciò un segno profondo sull’agricoltura medievale.

Migliorarono la rotazione delle colture, ampliarono le superfici irrigate, svilupparono l’allevamento e introdussero i prati stabili,
fondamentali per il foraggio e la crescita dei bovini.

Le reti di canali da loro tracciate hanno modellato il paesaggio fino ai nostri giorni.


Al centro di questo sistema nacquero le grange, aziende agricole autonome e ben organizzate, affidate in gran parte ai conversi, fratelli laici che affiancavano i monaci nelle attività più
impegnative.

In origine gran parte della pianura padana era palude: terre basse, umide e malsane, considerate poco adatte alla vita.

Ogni intervento sulla terra aveva un valore spirituale: riordinare il paesaggio significava ricondurre il creato ad un’armonia perduta.

Proprio qui i cistercensi si insediarono bonificando il terreno attraverso disboscamenti, canali e opere di drenaggio, trasformandolo in campi coltivati e prati irrigui.

A quest’opera parteciparono monaci e monache, uniti dalla stessa
regola e dallo stesso ideale.

Tra gli insegnamenti dei monaci c’era la consapevolezza che la vita umana non poteva esistere senza un rapporto di alleanza con la natura.

Per questo praticavano l’apicoltura non solo come fonte di miele, cera e propoli, ma come parte di una cultura più ampia di salvaguardia.

Dal volo delle api dipende la fecondazione delle piante, il ciclo delle fioriture e dei raccolti, l’equilibrio tra uomo, animali e paesaggio.


I monaci avevano intuito ciò che oggi la scienza conferma: proteggere le api significa custodire la biodiversità.

Il miele era nutrimento, la cera serviva per sigillare e proteggere, la propoli veniva usata per le sue virtù naturali, e oggi è riconosciuta anche come un antibiotico naturale.

Ma il loro valore andava oltre l’utilità immediata.


Dalle api abbiamo appreso la stagionalità e il silenzio del loro lavoro, il rispetto e il limite che ricordano a chi dipende da loro, la cura e la custodia che richiedono, la semplicità e la fragilità che
rivelano.

Nel loro alveare ritroviamo l’identità e la promessa che lega passato e futuro, l’equilibrio e l’armonia di una comunità in cui ogni parte ha senso solo insieme alle altre, la sapienza e l’autenticità che emergono da un sapere antico e fedele alla verità della natura.

Un gesto antico, che custodisce e conserva le nostre arti, è stato tramandato dai monaci: è ottenuto da una miscela di aceto, propoli e carbone.

Tre doni della natura.

L’aceto purifica.

La propoli crea una barriera naturale, ricca di resine, che favorisce l’igiene
superficiale.

Il carbone veste di nero e protegge l’esterno.


Quel nero non è oscurità ma custodia: difende dalle muffe senza soffocare e lascia passare l’aria necessaria alla lenta maturazione, mantenendo un equilibrio tra interno ed esterno.


Così la stagionatura diventa un cammino.

Le arti crescono protette, trasformandosi giorno dopo giorno.

È il segno di una sapienza monastica che ha tramandato non solo ricette, ma un metodo e una filosofia che invita a conservarle lasciando vivere, custodisce senza rinchiudere.

 

 

 

Sotto la terra, in silenzio, vive la parte più preziosa della nostra storia.

La cantina non è solo un luogo di conservazione.

È un caveau delle arti: uno spazio protetto, sacro, dove il tempo non passa, ma lavora.

Qui maturano forme e sapori, ma anche significati.

Così come custodiamo le nostre arti, frutto del lavoro agricolo, allo stesso modo preserviamo

opere d’arte e cimeli di famiglia tramandati nei secoli.

Due di questi ne raccontano il legame profondo con la storia del luogo: una fonte d’acqua perpetua,

cuore vivo che continua a scorrere nelle viscere della cantina, e la tomba di un antenato cavaliere templare,

segno di un passato che qui non è dimenticato ma onorato.


Tutto convive sul medesimo piano di valore: forme diverse di memoria con la stessa sacralità silenziosa.


Il vino affina.

I formaggi respirano.

Le carni si asciugano.

La cera si indurisce.

E fuori, sopra la terra, la nebbia si posa lenta, penetra nelle fessure, avvolge i muri, regala umidità e quiete.

È parte del respiro del luogo, complice invisibile della fermentazione e della stagionatura.


Ogni elemento si trasforma lentamente, senza forzature e senza rumore.

Le pareti trattengono l’umidità.

I silenzi proteggono l’attesa.

I gesti sono sempre gli stessi.


Entrare nel caveau è come entrare in una cripta viva: non c’è nulla di esposto, eppure tutto è in rivelazione.

Il caveau è il cuore oscuro e generativo della memoria agricola e spirituale.


Mentre sottoterra il caveau custodisce in silenzio la sua memoria, sopra, tra le travi della soffitta,

l’aceto respira la luce delle stagioni: il tempo qui non affonda, ma evapora e si concentra, lasciando

in dono gocce di eternità.

 

 

Contrary to popular belief, Lorem Ipsum is not simply random text. It has roots in a piece of classical Latin literature from 45 BC, making it over 2000 years old. Richard McClintock, a Latin professor at Hampden-Sydney College in Virginia, looked up one of the more obscure Latin words, consectetur, from a Lorem Ipsum passage, and going through the cites of the word in classical literature, discovered the undoubtable source. Lorem Ipsum comes from sections 1.10.32 and 1.10.33 of “de Finibus Bonorum et Malorum” (The Extremes of Good and Evil) by Cicero, written in 45 BC. This book is a treatise on the theory of ethics, very popular during the Renaissance. The first line of Lorem Ipsum, “Lorem ipsum dolor sit amet..”, comes from a line in section 1.10.32.

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